L’Italia è una Repubblica fondata sulla corruzione?
La domanda può sembrare provocatoria, e in parte lo è, ma di fronte a quanto sta accadendo appare lecito domandarsi se non ci sia una tendenza nel background culturale del nostro Paese, e in particolare delle sue classi dirigenti, a considerare la corruzione come un fenomeno tutto sommato fisiologico e non patologico. Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale del 17 febbraio scorso, di fatto sosteneva la connaturata propensione antropologica degli italiani (causata da ragioni storiche), quindi non solo del ceto politico, a trovare rimedi, scorciatoie, “trucchi” che molto spesso si trasformano in truffe, raggiri, raccomandazioni e corruttele. La tesi è in apparenza un po’ esagerata, ma, di fronte a quanto sta accadendo, non sembra essere del tutto infondata.
Le vicende giudiziarie di questi giorni, dagli appalti gestiti dalla Protezione civile, passando per la truffa ai danni dello Stato che vedrebbe coinvolte due tra le principali aziende dell’ITC nostrano, rappresentano solo il punto di arrivo (o di partenza?) di una sequela di fatti giudiziari che iniziano con il crack della Cirio e di Parmalat arrivando fino all’attualità di questi giorni. Tutto questo accade nella ricorrenza del 18° anniversario dall’avvento di tangentopoli e dalla celebre inchiesta “Mani Pulite” che portò alla destrutturazione del sistema politico italiano. Per tutti coloro che hanno meno di 30 anni rappresentò il battesimo con la politica italiana. Oggi c’è chi scrive che “Tangentopoli non è mai finita” (Grazia Mannozzi, da lavoce.info del 26.02.2010). Ma per capire che i sintomi del cancro odierno erano già presenti da un po’ di tempo è sufficiente leggere l’introduzione di un intervento del 2006 del Professore Franco Bassanini, padre della più importante riforma della pubblica amministrazione, il quale, in un Convegno sul nascente partito democratico, iniziava la sua riflessione con le seguenti parole: ” Cominciano a vedersi i sintomi di una nuova crisi della democrazia italiana, forse più grave di quella che all’inizio degli anni novanta portò alla fine della I Repubblica. Come allora, la commistione incestuosa tra politica, finanza ed economia distorce il funzionamento delle istituzioni rappresentative, corrompe l’amministrazione, incentiva il clientelismo.” Così si esprimeva 4 anni fa, analisi quantomeno profetica.
E’ singolare che a distanza di 18 anni la situazione non sia affatto cambiata, anzi a sentire il Presidente Emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, “dal 1992 ad oggi c’è stato un abbassamento della soglia etica” (La Stampa, 01.03.10) tale da consegnarci una situazione che presenta condizioni di corruzione e cattiva politica ben più gravi del ‘92. Stessa conclusione a cui è giunto il Presidente della Commissione Antimafia, l’Onorevole Giuseppe Pisanu, secondo cui ci sono tutte le condizioni perché questa ennesima stagione di corruzioni sia peggiore di quella di Tangentopoli ( Corriere della Sera, 23.02.10), e lo stesso Presidente della Camera Gianfranco Fini ha voluto chiarire che i corrotti di oggi sono dei semplici ladri in quanto non agiscono in nome e per conto del partito come accadeva nella I Repubblica, la qual cosa non è detto che dovrebbe rallegrarci. Non ci basta considerare il fatto che in quell’epoca almeno ci fosse un “sistema”, mentre oggi ci sono tanti sistemi quanti sono gli avidi di denaro (pubblico). Questo scenario qualche interrogativo deve porlo a tutti i cittadini onesti, ai politici onesti, agli imprenditori onesti, ai pubblici amministratori onesti, ovvero: ha senso parlare e difendere la Costituzione formale quando di fatto c’è una Costituzione materiale, pensata, gestita ed organizzata da una minoranza, che soffoca lo sviluppo trasparente della vita politica, economica e sociale dell’Italia? Le prime reazioni sono state univoche: è un problema della politica e da essa devono venire le risposte. Il Governo ha promesso un pacchetto di misure anticorruzione, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha invocato liste pulite per il suo PDL. E’ lecito ridurre il tutto ad un problema della politica? Ci viene il dubbio che si rischi l’ennesima banalizzazione del problema, così come ci sembra abbastanza preoccupante che, come accadde per Tangentopoli, si aspetti l’arrivo della magistratura per aprire gli occhi su un sistema economico e politico profondamente malato. Quando arriva la magistratura vuol dire che il “malato”, in questo caso l’amministrazione della cosa pubblica, si trova ad affrontare una condizione irreversibile. Ripercorrere la strada del ruolo “moralizzatore” del potere giudiziario su quello politico, da un lato ci fa rischiare di tornare fra altri 18 anni a denunciare nuovo scandali e dall’altro affida ai giudici un ruolo che non possono e non devono avere, in quanto, coerentemente con quanto afferma la Costituzione, i giudici sono soggetti soltanto alla legge e fino a prova contraria le leggi vengono fatte dal Parlamento. Pensare che sia la magistratura, attraverso la sua fondamentale opera di indagine e persecuzione dei colpevoli, a rimettere a posto le cose è un tantino rischioso, sia per l’ordine giudiziario che per il più complessivo principio di separazione dei poteri.
Inoltre, ulteriore peculiarità del nostro Paese sul fronte della lotta ai “delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione” e ai delitti dei privati contro la PA o il suo patrimonio è che la risposta sanzionatoria prefigura uno scenario di sostanziale impunità, ovviamente non per colpa dei magistrati, ma a causa di leggi (soprattutto procedurali) che di fatto riducono al minimo la forza delle sanzioni penali. Stando ad uno studio condotto da Grazia Mannozzi e Piercamillo Davigo per i delitti di corruzione “nell’87% dei procedimenti penali sono state inflitte pene fino a due anni di reclusione (area della sospendibilità condizionale); nell’ 8,8% dei casi, pene tra due e tre anni (area delle misure alternative); soltanto nel 3,5% dei casi sono state irrogate pene superiori a 3 anni, eseguibili in forma detentiva“. (Mannozzi, Tangentopoli non è mai finita, su www.lavoce.info, 26.02.2010). Premesso questo, ci viene da domandarci se più che pacchetti anticorruzione, più che invocate autoriforme dei partiti, non sia il caso di seguire un percorso logico di riforme ordinarie (non costituzionali) che tenga conto di 3 elementi: la rappresentatività delle istituzioni elettive, la trasparenza dei partiti politici e dei metodi di selezione del ceto politico, la possibilità di individuare metodi di sanzione alternativi a quelli giudiziari per imputare una forma di “responsabilità politica” per come si è amministrata la cosa pubblica da cui farne discendere una eventuale dichiarazione di “fallimento politico“, termine usato da Roberto Gressi sul Corriere della Sera del primo marzo. Per quanto riguarda la rappresentatività delle istituzioni elettive, è assolutamente prioritario rimettere le mani sull’attuale sistema di elezione dei parlamentari, diventato ormai il paradigma di tutti i mali della politica, ripristinando un sistema che riporti il rappresentante ad essere espressione diretta di una porzione territorialmente identificabile di rappresentati. Certo, però, non sappiamo quanto sia opportuno fare una crociata per reintrodurre il voto di preferenza, considerando che in alcune aree del Paese è il principale strumento di corruzione e di contiguità con le organizzazioni criminali. A parere nostro, sarebbe già un passo in avanti il ritorno al sistema elettorale precedente, il c.d. Mattarellum.
La questione della democraticità e della relativa trasparenza dei partiti è vecchia quanto la Costituzione repubblicana essendo da questa trattata (e sistematicamente disattesa) nell’art. 49. Attualmente in Parlamento ci sono diverse proposte di legge che puntano a riportare i partiti nell’alveo della legalità costituzionale. Ogni piccola conquista in tal senso deve puntare a ridare credibilità alla funzione costituzionalmente prevista dei partiti, e cioè quella di principale strumento di partecipazione alla vita politica del Paese. Ciò significa agire soprattutto su due questioni: la gestione del rimborso pubblico che deve essere cristallina e trasparente e la modalità di selezione e di ricambio della classe dirigente. Proprio su quest’ultimo punto il Professor Ainis ha messo giustamente in luce che “la corruzione galleggia sempre in un sistema chiuso, oligarchico, senza ricambio di classi dirigenti (La Stampa, 20.02.10)”. Su questo punto, se da un lato la via preferenziale dovrebbe essere la definizione da parte dei partiti stessi di limiti temporali inderogabili all’esercizio di un mandato rappresentativo ad ogni livello di governo, da quello nazionale a quello municipale, dall’altro nel corso di questi anni troppe sono state le promesse non mantenute e le deroghe concesse. Pertanto pensare ad un provvedimento legislativo che miri a fissare un tetto ai mandati elettorali dovrebbe appartenere ad un ragionamento complessivo sulla riforma della politica, così come sarebbe opportuno introdurre una norma generale che impedisca il cumulo di incarichi elettivi e di governo (anche e forse soprattutto all’interno di società pubbliche o a partecipazione pubblica, società concessionarie di concessioni pubbliche, enti pubblici economici) ad ogni livello di rappresentanza politica ed istituzionale. La terza ed ultima questione appare certamente la più difficile da impostare e da sviluppare in termini propositivi. Come si può censurare il comportamento sbagliato di un amministratore nazionale, regionale o locale che non governa bene la cosa pubblica, precedendo il ricorso alle vie giudiziarie? Di esempi se ne potrebbero fare diversi, pensiamo alla sanità e alla responsabilità politica e contabile dei Presidenti di Regione e degli Assessori al Bilancio e alla Sanità che generano, con le loro (mancate o dolose) decisioni, pesanti disavanzi nella gestione della spesa sanitaria, pensiamo ai Sindaci che omettono di controllare lo sviluppo urbanistico del territorio lasciando che l’abusivismo diventi la regola, creando così i presupposti per i disastri idrogeologici che con cadenza sistematica si materializzano nel nostro Paese da nord a sud. Sulla scorta di questi fatti, la nostra proposta è molto semplice, ovvero, prescindendo dagli esiti delle inchieste giudiziarie, coloro che nell’esercizio del mandato politico abbiano cagionato danni alle casse dell’ente governato oppure abbiano messo a serio rischio diritti inalienabili dei cittadini devono essere espulsi dal sistema della rappresentanza politica prevedendo una specifica disciplina legislativa in materia di ineleggibilità di chi abbia governato male sulla base di tali riscontri oggettivi. Un tale provvedimento, da un lato aumenterebbe il senso di responsabilità in coloro che vanno a ricoprire incarichi pubblici elettivi, dall’altro consentirebbe al sistema della rappresentanza politica di creare un apparato di anticorpi interni al sistema stesso, in modo tale da non scaricare sulla magistratura il ruolo di “censore” della politica e dei politici, in quanto l’azione giudiziaria prevede tempi, regole e procedure ben precisi, che talvolta diventano il presupposto per non riuscire immediatamente a pulire la piazza da chi, con furbizia e ipocrisia, si nasconde dietro la formula del “sono innocente fino a sentenza definitiva”. Il giudizio politico e la responsabilità politica devono precedere e, se possibile, prescindere dalle sentenze. Certamente però, di fronte ad un rinvio a giudizio piuttosto che ad una condanna in primo grado per reati che attengono all’amministrazione pubblica o lesivi di beni fondamentali, la persona coinvolta va esclusa dalle liste elettorali, ad ogni livello di elezione, oltre che da ogni incarico di governo o di gestione della cosa pubblica. E se non sono i partiti a prevedere regole che vadano in tal senso, è necessario introdurre una norma che preveda questo tipo di esclusione dal circuito della rappresentanza politica, così come sembrerebbe nelle intenzioni del Governo in carica. A questo terzo pilastro della riforma della politica sarebbe necessario legare anche una complessiva disciplina legislativa volta a regolamentare e a prevenire potenziali conflitti di interessi che potrebbero generarsi in capo a soggetti chiamati a gestire e governare gli interessi pubblici. Purtroppo, nel corso di questi 15 anni ci si è (giustamente) concentrati sul palese e reiterato conflitto di interessi che riguarda Silvio Berlusconi (non risolvendolo), ma a forza di concentrarsi su di lui, a livelli più bassi e in maniera capillare e diffusa si sono andati via via affastellando numerosi conflitti di interessi tra incarico politico e proprietà personale o attività privata tale da aver profondamente viziato il regolare sviluppo delle dinamiche economiche di molti ambiti dell’economia nazionale. Su tutto è possibile fare l’esempio della sanità.
Ma è sufficiente agire sul sistema della rappresentanza politica per riportare un po’ di trasparenza nel governo dell’Italia? Dalle inchieste di questi giorni emerge chiaramente che la “gelatina” cui hanno fatto riferimento i magistrati che indagano sugli appalti assegnati dalla Protezione Civile, coinvolge in primo luogo dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione e imprenditori senza scrupoli. Anche qui in premessa va detto che costoro rappresentano una porzione minoritaria dei dirigenti pubblici e degli imprenditori, a leggere, però, i numeri sulla corruzione annualmente descritti dalla Corte dei Conti, saranno pure una minoranza ma indubbiamente ben organizzata.
Pertanto vengono in luce due ulteriori considerazioni che si possono fare.
La prima riguarda la pubblica amministrazione, le modalità, le norme, i regolamenti e le procedure di gestione dell’amministrazione pubblica, con particolare riferimento all’aggiudicazione di appalti di lavori, forniture di beni e servizi, alle concessioni pubbliche, alle licenze, alle autorizzazioni e così via. Nel corso degli ultimi 20 anni si sono succedute numerose riforme della pubblica amministrazione, che hanno riguardato il procedimento amministrativo, la riallocazioni delle funzioni amministrative verso il basso, la separazione tra potere di indirizzo e controllo e la gestione concreta dell’azione della pubblica amministrazione, la responsabilità degli amministratori pubblici, insomma ad iniziare dalla legge 241 del 1990 e successive modifiche, passando per la legge 59 del 1997, attraverso la stessa riforma del titolo V della Costituzione, senza dimenticare il Codice degli Appalti del 2006, non si può certo dire che il legislatore, (volgarmente potremmo dire “la politica”), sia restato con le mani in mano. Indubbiamente grazie alla pressione delle disposizioni comunitarie in materia di trasparenza della pubblica amministrazione e all’onestà intellettuale di riformisti animati da un profondo spirito di cambiamento della macchina pubblica, il legislatore degli ultimi 20 anni è stato indotto ad adottare discipline della PA che nei suoi intenti miravano a costruire un’amministrazione comprensibile al cittadino e all’operatore economico, trasparente nella gestione delle procedure e capace di respingere l’azione negativa di potenziali corruttori. A leggere le cronache di questi giorni sembra proprio che questi 20 anni di riforme della pubblica amministrazioni siano passati invano. Piero Ostellino (Corriere della Sera, 22.02.10) ha messo in luce che “le vicende della protezione civile dovrebbero far riflettere classe politica e media sullo stato di salute della nostra Pubblica amministrazione”. Nel suo ragionamento Ostellino si dedica soprattutto al capitolo delle privatizzazione che a suo parere, ma non solo suo, rappresentano il principale paradigma di come le riforme della pubblica amministrazione di questi 20 anni abbiano sostanzialmente prodotto risultati catastrofici e come segnatamente, sul fronte delle privatizzazioni, al monopolio pubblico si sia sostituito un monopolio privato, altrettanto grigio e propenso alla cattiva gestione del servizio attribuito. La paura però è che, come su tanti altri dossier delicati dell’Italia, si butti via il bambino con l’acqua sporca. L’aver introdotto i principi di efficacia, efficienza, economicità nella pubblica amministrazione, la figura del responsabile del procedimento piuttosto che l’aver obbligato le amministrazioni ad adottare sempre provvedimenti espressi, l’aver inserito lo strumento dell’accesso agli atti, piuttosto che aver devoluto talune funzioni amministrative agli enti locali, e ancora, l’aver ricondotto ad un testo unico le norme in materia di contratti pubblici, nonché, esempio ormai presente nella quotidianità di tutti gli italiani, ovvero l’aver diffuso lo strumento dell’autocertificazione, sono tutti esempi concreti che rappresentano un punto essenziale da cui ripartire, pur nella consapevolezza che questo complesso e articolato sistema di riforme non sembra essere riuscito nello scopo principale cioè quello di rendere più trasparente ed efficiente la gestione dell’amministrazione pubblica. La trasparenza nell’azione della pubblica amministrazione è un obiettivo ancora lontano da raggiungere come testimoniano i dati raccolti nel 1° Report sulla Trasparenza realizzato da Cittadinanzattiva.
A ciò si lega indissolubilmente il ruolo che il privato operatore economico può e deve giocare nel regolare sviluppo delle dinamiche del mercato. Siamo sicuri che l’operatore privato sia sempre e solo vittima di questo sistema? Siamo certi che non ci sia una certa imprenditoria che in questo sistema sporco e corrotto ci sta bene, proprio perché non la costringe a misurarsi con la concorrenza e con le regole del mercato? E ancora, in questo scenario oggettivamente deprimente per coloro che vorrebbero onestamente fare impresa, siamo certi che il sistema creditizio italiano, oggettivamente poco propenso a sostenere iniziative imprenditoriali innovative e non inserite nei “salotti” che contano, non contribuisca indirettamente ad alimentare quel clima asfittico che opprime l’economia nazionale? Domande a cui non è facile dare delle risposte. Nonostante il problema riguardi dei singoli e non la generalità, dalle organizzazioni di categoria, a parte alcuni tentativi (certamente meritevoli), non sembrano venire proposte concrete per eliminare quelle poche ma letali imprese che, attraverso la corruzione, minano alle fondamenta le regole della concorrenza e del mercato. Sarebbe sufficiente impedire a coloro che sono stati condannati per reati connessi ad appalti pubblici di continuare ad operare direttamente o indirettamente in questo settore dell’economia nazionale, sarebbe sufficiente che le banche chiudessero ogni linea di credito verso le imprese che si sono macchiate di reati contro la pubblica amministrazione. Scelte che, se assunte nell’ambito dell’autonomia privata delle rispettive categorie, accrescerebbero la credibilità delle stesse. Ma qualora non vi riuscissero autonomamente potrebbe essere il legislatore ad intervenire in tal senso. Infine, last but not least, scarseggiano informazioni chiare e dettagliate sui costi della corruzione e della cattiva gestione delle risorse pubbliche. Il prezzo che pagano i cittadini onesti è doppio, da un lato vengono privati del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione amministrativa, che di per sé già ha un costo che si riversa interamente sulle casse pubbliche, dall’altro si aggiungono i costi (tutti pubblici) che derivano dalla cattiva gestione dei soldi pubblici. In sostanza alla già poco equa politica fiscale che caratterizza il nostro Paese, sbilanciata per l’87% della platea dei contribuenti sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, si va a sommare un ulteriore prelievo “nascosto” che paghiamo a causa dell’inefficiente uso delle risorse pubbliche. La lotta alla corruzione è anche, e prima di tutto, una questione di equità fiscale oltre che di rispetto della legge, dato che il prezzo della corruzione è interamente scaricato sulle tasche del contribuente onesto.
C’è un’ultima questione che va posta: siamo sicuri che anche il cittadino onesto, in qualche modo inconsapevolmente, si renda co-protagonista di questa situazione sporca e deviata? La distrazione, l’apatia, la mancanza di coraggio e talvolta un tacito consenso di fronte al piccolo abuso quotidiano a chi sono imputabili? Siamo certi che solo “dall’alto”, ovvero dal legislatore potranno venire le soluzioni ai mali del nostro Paese, oppure anche dalla società civile, dai cittadini, possono arrivare cambiamenti prima di tutto nei comportamenti quotidiani ed in particolare nel rapporto che ogni singola persona ha con la cosa pubblica? Su questo aspetto esistono strumenti e spazi che la stessa Costituzione offre e garantisce ai singoli cittadini. In primo luogo c’è quel primo comma dell’articolo 54 che afferma: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”, ma ancor più c’è uno strumento potenzialmente rivoluzionario, che prende il nome di sussidiarietà orizzontale, in forza del quale “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Siamo convinti che la soluzione non possa comunque venire dall’attuale classe dirigente, ciò non perché si voglia fare una chiamata in correità senza distinguere tra coloro che hanno agito onestamente e coloro che hanno perseguito più l’interesse proprio che quello comune, ma piuttosto perché su tutti pesa una oggettiva mancanza di coraggio, di senso del limite e talvolta, soprattutto per coloro che hanno avuto o hanno ruoli di governo, grava pesante una sorta di culpa in vigilando, ovvero non essersi attivati per migliorare la gestione della cosa pubblica in primo luogo evitando che episodi di corruzione potessero diffondersi come tristemente ci ritroviamo oggi ad accertare.
Le nuove generazioni, soprattutto coloro che vivono e sentono come primario l’impegno civile e politico, hanno l’onere e l’onore di ragionare sui problemi e proporre possibili soluzioni, senza cadere nelle banalizzazioni e negli eccessi di idealismo, essendo necessaria soprattutto una grande dose di pragmatismo, sempre però da inquadrare in una profonda fedeltà alla Costituzione e ai principi fondamentali dello Stato di diritto.
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